La fuga del boss è finita nel suo regno – Arrestato il reggente degli zingari Luigi Abbruzzese

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CASSANO JONIO – CATTURATO DALLA MOBILE IL “REGGENTE” DEL CLAN DEGLI ZINGARI LUIGI ABBRUZZESE DA 3 ANNI ALLA MACCHIA

Era irreperibile dal 2015, ma gli investigatori delle Mobili di Cosenza e Catanzaro non hanno smesso un attimo di dargli la caccia e quando, dopo anni trascorsi in Germania dove continuava a essere punto di riferimento e di contatto nel traffico di stupefacenti proveniente negli hub portuali del Nord Europa e destinati alla Calabria, è rientrato in Italia lo hanno bloccato. La latitanza di Luigi Abbruzzese, 29 anni, è terminata nell’abitazione di alcuni familiari della sua compagna, a “Timpone Rosso”, la storica enclave degli zingari di Cassano Jonio. Un arresto salutato con soddisfazione dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. «Cacceremo i mafiosi paese per paese». La polizia seguiva le tracce del latitante da un paio d’anni e dopo averlo localizzato in quella casa ha fatto irruzione ammanettandolo. Sequestrate due pistole e 4mila euro. Ai domiciliari gli zii della compagna con l’accusa di favoreggiamento. Abbruzzese è il figlio di Francesco, il fondatore del clan.

LUIGI ABBRUZZESE, 29 ANNI, CONSIDERATO DAGLI INQUIRENTI COME IL “PREDESTINATO” ALLA GUIDA DEL CLAN DEI NOMADI, È STATO ARRESTATO A CASSANO JONIO

La Mobile lo ha scovato nell’abitazione di parenti della compagna con due pistole e 4mila euro

Giovanni Pastore
Cassano Jonio

La fuga di Luigi Abbruzzese si è esaurita alle 5 e 40 di un tiepido sabato mattina di agosto, in una casa di Cassano, il suo regno. Una fuga durata tre anni. Tre anni d’impunità e di leggende costruite su quella latitanza protetta da insospettabili fiancheggiatori e da sospettabilissime amicizie. Amicizie strette, soprattutto, nel nome del padre, Franco, detto “Dentuzzo”, l’uomo che ha cambiato la storia degli zingari della Sibaritide, e che adesso è in carcere, ristretto al 41 bis. Col genitore e il nonno, Celestino “Asso i’ bastone” in cella è toccato a Luigino diventare capofamiglia e occuparsi dell’organizzazione del narcotraffico. Un’attività che gli era costata cara con la condanna in secondo grado a vent’anni per aver importato droga dal Nord Europa e dal Sud America. E lui era scappato per evitare il carcere. Da un mesetto era a Lauropoli dalla compagna. Si sentiva protetto in quella villetta nel fortino degli zingari, con gente sempre devota perchè Luigi ormai era un capo, uno che ha il potere di decidere dentro e fuori la “famiglia”. La Dda ritiene che il 29enne si sia allargato in silenzio, costruendosi una ’ndrina potente, la più potente nel Cosentino. In questi tre anni di vita alla macchia il “rampollo” di casa Abbruzzese aveva imparato a riconoscere i rumori del sonno, a governare le paure e, soprattutto, a scappare. Ogni volta che i poliziotti si avvicinavano a uno dei sui nascondigli lui era già lontano. Un paio di volte è successo a Francoforte sul Meno per la mancata collaborazione degli agenti tedeschi.

E così, per arrivare a quel suo ultimo rifugio, i superdetective delle Mobili di Cosenza e Catanzaro e dello Sco hanno dovuto annusare le scie, seguire le impronte di fiancheggiatori e vivandieri, studiare le abitudini di parenti e amici, spiare i loro colloqui, decifrare le loro parole, interpretare i loro sospiri. E come in un dedalo tutti i fili di questa caccia hanno portato al che è l’enclave dei rom. Impensabile, però, scovare il suo nascondiglio nel labirinto di palazzine, tutte uguali, tutte abitate da parenti o amici del ricercato. Per questo il lavoro più importante è stato quello interpretato dai vecchi mastini del vicequestore Fabio Catalano secondo schemi tradizionali di polizia giudiziaria. E, dopo aver individuato il nascondiglio, all’interno di una villetta di proprietà di parenti della compagna del ricercato, la decisione di intervenire col consenso del capo della Dda, Nicola Gratteri, e del procuratore aggiunto antimafia, Vincenzo Luberto. L’operazione è scattata subito dopo aver incassato il parere del questore, Giovanna Petrocca. Informata via radio, ha dettato i tempi dell’operazione, delegando i funzionari Marco Garofalo dello Sco e Catalano all’esecuzione. In meno di trenta minuti i “cacciatori” hanno azzannato la “preda”, quell’uomo che da tre anni era diventato una figurina sull’album degli imprendibili più pericolosi del Viminale. La fortezza dei nomadi è stata “espugnata” da una cinquantina di uomini delle Mobili di Cosenza e Catanzaro, dello Sco e della Scientifica. Il giovane califfo era in casa ed è stato sorpreso nel sonno. Si è subito consegnato ai poliziotti che hanno sequestrato anche due pistole: una semiautomatica Glock modello 19, con numero di matricola, probabilmente acquistata all’estero, e una calibro 357 magnum, rubato tempo fa a Cassano, entrambe perfettamente funzionanti. Con le armi sono finiti sotto chiave anche 4mila euro in contanti ed una carta d’identità con generalità false. Con Abbruzzese sono stati arrestati (e assegnati ai domiciliari) pure gli zii della compagna del fuggitivo: Brunella Campana, 52 anni e Damiano Cerchiara, 59. Nei loro confronti l’accusa d’aver favorito la latitanza del giovane boss.

L’ascesa del “rampollo” cominciata nel nome del padre

di Arcangelo Badolati

Come il padre. Stesso ruolo e medesimo ineluttabile destino. Luigi Abbruzzese, figlio prediletto di Franco detto “dentuzzo”, ergastolano e capo della criminalità nomade dell’area settentrionale della Calabria, entra in carcere cominciando la sua avventura tra sbarre e catene come già era stato per il temuto genitore e ancor prima per il vecchio nonno e capofamiglia, Celestino. Luigino è rimasto nascosto a lungo contando sulla complicità di amici, parenti e compari, dividendosi tra la Sibaritide e la lontana Germania raggiungibile da Cassano persino in autobus mischiati ai tanti emigrati diretti a Francoforte sul Meno. Il latitante arrestato dal vicequestore Fabio Catalano che di “primule” ne aveva già snidate tante quand’era in servizio a Reggio Calabria, ha dimestichezza di galere, agguati e fughe fin da bambino: il padre, infatti, è stato nello scorso decennio più volte alla macchia e più volte è stato scovato e ammanettato prima di incassare una condanna definitiva al carcere a vita. La sua famiglia ha combattuto una ferocissima guerra di mafia quando “Luigino” era piccolo costata la vita a due suoi zii, Fioravante e Nicola Abbruzzese, massacrati dai rivali della famiglia Forastefano. Armi, bunker segreti, lutti e sangue sono stati dunque i fissi compagni di giovinezza di questo “figlio d’arte” condannato dalla sorte a fare il boss. Gl’investigatori monitorandone per mesi contatti e movimenti lo descrivono lucido e determinato, lesto a dare ordini perentori a uomini, donne e anziani che affollano le file della criminalità mafiosa sibarita. Affari, alleanze e traffici passavano da lui: una parola di “Luigino” poteva segnare per sempre la vita e le fortune di “compari”, amici degli amici e picciotti in cerca di glorie mafiose.

L’ANNUNCIO DEL MINISTRO DELL’INTERNO MATTEO SALVINI

«Cacceremo mafiosi da tutti i paesi»

di Mirella Molinaro

«È stato importante arrestare Luigi Abbruzzese perché così per il momento abbiamo congelato l’operatività della cosca della Sibaritide». Così il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, commenta l’arresto del presunto capo del clan degli Zingari di Cassano. Luigi Abbruzzese era nell’elenco dei latitanti più pericolosi del ministero dell’Interno e alla sua cattura la Dda stava lavorando da oltre un anno e mezzo. Un lavoro che Gratteri ha affidato a un pool di magistrati compreso il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto che da anni segue le strategie della ’ndrangheta della Sibaritide: «Ringrazio i colleghi Luberto, Assumma, Sirleo e Tramonti – aggiunge Gratteri – e tutta la squadra mobile, lo Sco centrale e di Catanzaro. Si tratta di un latitante già condannato a 20 anni per traffico di stupefacente e come tutti i trafficanti di droga ha girato tutto il mondo». Il procuratore aggiunto Luberto conosce bene il curriculum criminale di Abbruzzese: «L’operazione Gentleman ha dimostrato come gli Zingari ora siedono a tavoli importanti e hanno un ruolo strategico nel narcotraffico. Abbruzzese era tornato». «Il suo arresto – ha spiegato il dirigente dello Sco di Roma, Marco Garofalo – è stato frutto di uno sforzo enorme portato avanti con sinergia». Il questore di Cosenza, Giovanna Petrocca, ha ringraziato la sua squadra «perché in pochi giorni dal mio arrivo ho già visto come lavorano». Il capo della Mobile, Fabio Catalano ha illustrato i dettagli della cattura: «Abbruzzese è un giovane con spiccata indole criminale, ma non ha opposto resistenza. Si è trattato di un’indagine tradizionale che non si è avvalsa di alcuna fonte confidenziale». L’arresto è stato salutato con soddisfazione dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. «Orgoglioso delle nostre Forze dell’Ordine, sono sicuro che insieme a loro cacceremo i mafiosi paese per paese».

MISTERO SUL RINVENIMENTO DELLE DUE PISTOLE NEL COVO DI LUIGI ABBRUZZESE A CASSANO JONIO

L’incubo d’una guerra di mafia

L’omicidio di Leonardo Portoraro è destinato a disegnare nuovi scenari

di Giovanni Pastore
Cassano Jonio

Era considerato il “reggente” di una delle famiglie di ’ndrangheta più potenti della Calabria. Un clan capace di comandare su tutto. Sulla vita e sulla morte in questa sterminata Piana, antica via di crimini e commerci. Un clan con interessi in politica, nel commercio, negli appalti. Tutto è cosa sua nella Sibaritide, cosa dell’unico padrone, da Rocca Imperiale a Cariati. Un mandamento fondato dal patriarca, Celestino Abbruzzese, fuori dalle leggi dello Stato che si estende anche all’interno, fino a Castrovillari, fino ai confini della Valle dell’Esaro, fino a Cosenza. Un territorio enorme, saldamente nelle mani degli zingari. Luigi Abbruzzese, figlio di Franco e nipote di Celestino, era il «predestinato, il futuro erede, capo del locale di ’ndrangheta che domina tutta la Sibaritide», come lo ha definito il procuratore distrettuale Nicola Gratteri.

Da un paio d’anni, viveva tra Lauropoli e Francoforte sul Meno per sfuggire alla condanna a vent’anni di reclusione che gli era stata confermata in appello. Vent’anni di carcere per aver organizzato con i coriglianesi l’invasione della droga sudamericana e afghana nella Piana. Una fuga cominciata tre anni fa, in anticipo sul blitz della Dda.

La prima volta che la polizia si era avvicinata a lui è stata a settembre del 2016, quando, seguendo una ragazza di Corigliano, gl’investigatori della Mobile sfiorarono il suo nascondiglio. A quei tempi il “rampollo” degli Abbruzzese si muoveva tra i Laghi di Sibari e Schiavonea. Luigi avvertì il pericolo è scappò in Germania, a Francoforte, la città sul Meno diventata negli anni il cuore del business del locale di Corigliano in mezzo a ristoranti, bar, alberghi e night.

Luigi è rimasto lì per mesi dove i poliziotti italiani lo scovarono grazie a una parente partita da Cassano per fargli visita e portargli dei salumi. Seguendo quella donna, i detective italiani individuarono il covo, all’interno di una palazzina nel centro di Francoforte. Ma l’invocata collaborazione della polizia tedesca non ci fu e Luigi Abbruzzese tornò latitante.

Ogni tanto, il giovane capo tornava in Italia. Negli ultimi tempi era stato avvistato in Emilia e in Calabria. Apparizioni e sparizioni fulminee. Fino agli inizi di luglio quando è tornato a Cassano per gestire la crisi “politica” dentro la cosa nostra jonica dopo l’omicidio di Leonardo Portoraro.

Una fase difficile probabilmente perché destinata a ridisegnare gli assetti nella Sibaritide. E il giovane Abbruzzese, evidentemente, non si sentiva al sicuro e dormiva con due pistole, nonostante intorno a lui si muoveva quella pletora di malacarne che ha occupato ogni angolo di questa sterminata terra.

Una terra disperata. Un paradiso che la ’ndrangheta, con i suoi traffici maleodoranti, ha trasformato in un inferno. Un potere probabilmente messo in discussione dagli appetiti di vecchi e nuovi boss.

Negli ultimi anni gli zingari avevano raggiunto un accordo con i Forastefano nella gestione della droga e nel controllo delle aziende agricole. Le grandi opere, invece, erano nelle mani di Portoraro ma il vecchio Padrino è uscito di scena a giugno, massacrato a colpi di pistola e di kalashnikov perchè pretendeva di gestire da solo l’ammodernamento della Statale 106 da Roseto Capo Spulico a Sibari. Un agguato che ha sgretolato gli equilibri faticosamente saldati segnando, inevitabilmente, la ripresa della grande guerra nella Piana.

Focus

Una terra inquieta, schiacciata dalla paura. Qui le grette convenzioni che impongono l’omologazione alla cultura della sottomissione e dell’omertà continuano a scandire i ritmi quotidiani. E quando si parla di ’ndrangheta non c’è posto più insicuro della Sibaritide, antica via di crimini e commerci. Qui s’incrociano gl’interessi degli Abbruzzese e dei Forastefano, due clan potenti che si sono alternati nella gestione del potere, combattendosi con lupare e kalashnikov. Adesso, sono rimasti solo loro a comandare, gli zingari che governano anche sui vicini mandamenti di Castrovillari e Corigliano mentre i Forastefano controllano l’area di Doria e le ricche campagne che sfumano verso il mare. In questa terra, agli inizi di giugno, è stato massacrato l’ultimo padrino, quel Leonardo Portoraro sopravvissuto alla guerra di successione nel mandamento di don Peppino Cirillo. Si occupava dei grandi appalti, lo hanno ucciso davanti a una delle sue attività. Un delitto che, secondo gli inquirenti, è destinato a disegnare nuovi scenari.

Latitante per anni come successo al padre e al nonno

di Domenico Marino

Un vizio di famiglia. Luigi Abbruzzese s’è sottratto per tre anni alle manette come in passata erano riusciti a fare ma solo per pochi mesi il papà Franco e il nonno Celestino. Entrambi rimasti alla macchia per continuare a essere liberi e padroni, prima di finire impigliati nelle maglie delle forze dell’ordine.

Il blitz a Castrolibero

Faceva freddo 18 gennaio 2008, era venerdì, quando i carabinieri scovarono Franco Abbruzzese, alias Dentuzzo, all’epoca 39 anni, in uno stabile del quartiere Orto Matera di Castrolibero.

Dopo giorni d’estenuanti appostamenti in cui avevano seguito, insospettiti, un uomo dall’aspetto insignificante e un cappellino in testa percorrere seraficamente la via che attraversa l’elegante quartiere, non ebbero più dubbi ed entrarono in azione. Armati di mitragliette, i militari penetrarono nell’appartamento bloccando il ricercato prima che potesse abbozzare un tentativo di fuga.

Quando comprese che gli uomini di fronte erano servitori dello Stato e non spietati nemici, Abbruzzese tirò un sospiro di sollievo. Era latitante dal novembre precedente per effetto di un provvedimento restrittivo emesso dal gip distrettuale di Catanzaro che gli contestava d’aver organizzato nel 2000 l’assalto a un furgone portavalori.

Dentuzzo era nascosto in un appartamento insieme con il figlio, indossava un giubbotto antiproiettile e aveva due pistole. Come Luigi nell’appartamento tra Cassano e Lauropoli in cui è stato braccato ieri mattina.

L’assalto al fortino

Quattro anni e mezzo dopo, il 7 agosto 2012, sempre i carabinieri hanno stanato nel suo regno, il fortino di Timpone rosso a Lauropoli, Celestino Abbruzzese, 65 anni, inteso come Asso di bastoni, papà di Franco e nonno di Luigi. Era finito in manette nel 2009 per omicidio e associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta “Timpone Rosso”. Il 31 marzo 2012, però, era riuscito a svignarsela dalle corsie dell’ospedale “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro dov’era ricoverato in regime di detenzione domiciliare. Non stava bene quando era in cella, così dicevano le carte che gli avevano permesso di lasciare il carcere duro. Dopo diciassette giorni di cure, però, la prodigiosa ripresa grazie alla quale riacquistò la salute e con essa la libertà. Uscì dall’ospedale e sparì nel nulla, anche se gli investigatori dell’Arma sapevano che poteva nascondersi nel quartiere di famiglia. Nei quattro mesi di latitanza i militari della compagnia di Corigliano e della tenenza di Cassano erano andati spesso a cercarlo dentro quelle case dove vivono fratelli e sorelle, cugini, nipoti, cognati, amici, amici degli amici e compari. Tentativi andati a vuoto. Sino alla sera di martedì 7 agosto quando il boss è uscito per strada, come una persona normale. Le vedette lo hanno avvistato ed è partita la segnalazione. Nel giro di un’ora i carabinieri sono entrati nel santuario dei nomadi per arrestare il ricercato. L’intervento delle forze dell’ordine ha dovuto fronteggiare pure la reazione del quartiere che ha provato a difendere il padrino ma alla fine le manette si sono strette ai suoi polsi.

L’ORMAI EX PRIMULA HA VISSUTO LA FAIDA CONOSCENDO IL DOLORE DA VICINO PER LE MORTI DEI CONGIUNTI FIORAVANTE E NICOLA

Quei lutti in famiglia che segnarono il giovane capo

di Luigi Cristaldi

Luigi Abruzzese cresce con le stimmate del dolore della vendetta. Due sono gli omicidi che segnano la sua infanzia dove perdono la via lo zio Fioravante Abruzzese, e il prozio Nicola Abruzzese. Ed entrambi avvengono quando il presunto boss attraversa la giovinezza.

Il primo duplice omicidio risale all’ottobre del 2002 quando furono assassinati Fioravante Abbruzzese, ritenuto a capo dell’omonimo clan degli zingari (Luigi Abruzzese ha dodici anni), e Eduardo Pepe. Stando ai racconti dell’epoca, una Lancia Thema con a bordo i killer a volto coperto avrebbe affiancato la Smart sulla quale viaggiavano le vittime facendo partire raffiche di doppietta calibro 12, e di pistola calibro 9.19, caricata a proiettili 9.21. Alla fine della tragica corsa il colpo di grazia con una pistola 9×19.

Scopo del duplice omicidio, secondo i magistrati titolari del fascicolo – il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Domenico Guarascio e l’aggiunto Vincenzo Luberto – era quello di assicurare l’egemonia in tutto il territorio della Piana di Sibari alla famiglia Forastefano, eliminando i rivali appartenenti alla cosca Abbruzzese. Un piano premeditato meticolosamente, «in esecuzione di una complessa strategia criminale stragista». Al termine della propria requisitoria, il pm distrettuale aveva chiesto la condanna all’ergastolo per Forastefano e Martucci e l’assoluzione per il vibonese. Nel processo di primo grado il gup ha assolto Bruno Emanuele e Andrea Martucci, infliggendo a Forastefano una condanna a 20 anni di reclusione.

Risale a giugno 2003, invece, l’omicidio di Nicola Abbruzzese, allora quarantatreenne sorvegliato speciale. Domenica 8, infatti, cadde quello che era ritenuto il nuovo presunto “reggente” del clan dei nomadi.

Dopo sette mesi di silenzio la tregua si rompe con l’omicidio di un altro pezzo da novanta che, per gli inquirenti, tirava le fila, dopo l’arresto di Franco Abbruzzese, alias “Dentuzzo”, e la morte di Eduardo Pepe e Fioravante Abbruzzese. A mezzogiorno, a cinquanta metri dall’allora stazione dei carabinieri, dove si recava a firmare, viene freddato a colpi di kalashnikov. Sulla Focus su cui viaggiava Nicola Abbruzzese vi erano anche il figlio Manuel, che rimase ferito da un colpo di striscio, e gli altri due figli, che rimasero illesi. Poteva essere una strage: i killer non si bloccarono nemmeno davanti ai bambini mentre duecento metri più avanti si svolgeva il mercato domenicale. Su questo omicidio la DDA di Catanzaro fece luce con l’operazione “Ultimo Atto” condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza e del Ros contro la cosca Forastefano. Una lunga guerra di mafia come scuola di vita.

Fonte: Gazzetta del Sud