‘Ndrangheta: Emanuele Mancuso e le accuse nei confronti dei familiari e di Agostino Papaianni

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Depositate dall’accusa nell’appello di Black money le nuove dichiarazioni che chiamano in causa Giovanni, Michele e Giuseppe Mancuso

Riguardano anche altri tre imputati del processo “Black money”, giunto in Appello, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso depositate dall’accusa al fine di ribaltare il verdetto di primo grado a Vibo che non ha riconosciuto il reato di associazione mafiosa, in mancanza di contatti fra i diversi imputati e per via di quello che i giudici in sentenza hanno definito come “vuoto probatorio sull’associazione dal 2003 al 2013”. Oltre alle dichiarazioni sugli imputati Antonio Mancuso, Pantaleone Mancuso (“Scarpuni”) e Antonino Castagna, le dichiarazioni di Emanuele Mancuso interessano anche gli imputati Agostino Papaianni, Giovanni Mancuso e Giuseppe Mancuso. 

Agostino Papaianni ed Emanuele Mancuso. In primo grado Agostino Papaianni, 68 anni, di Coccorino di Joppolo, è stato condannato a 7 anni e 8 mesi a fronte dei 28 anni di reclusione chiesti dall’accusa. E’ stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa e condannato per la tentata estorsione al market Punto Spesa di Ricadi e l’estorsione da 15 milioni di lire consumata nel 2003 ai danni di Onofrio Loiacono e della società “Mavelo Scoglio di Riaci” proprietaria del residence “Old Well” di Santa Domenica di Ricadi. Nei suoi confronti il pm Marisa Manzini aveva chiestocomplessivamente la condanna a 28 anni e 6 mesi di reclusione. “Posso affermare che Agostino Papaianni – dichiara a verbale Emanuele Mancuso – è la stessa cosa di Michele Mancuso: si occupano di attività turistiche, di bar tabacchi, di colonnine ed hanno un potenziale economico fuori dal normale. I rapporti tra loro erano tali da far pensare che Papaianni fosse intestatario fittizio di mio zio Michele Mancuso”. Cosmo Michele Mancuso (cl. ’49) non figura fra gli imputati di Black money, ma è stato invece condannato per associazione mafiosa a 10 anni e 8 mesi in primo grado nel processo in abbreviato nato dall’operazione denominata “Costa pulita”. Sul conto di Agostino Papaianni, che per l’accusa avrebbe un ruolo centrale nel clan Mancuso in una vasta area della costa che da Coccorino attraverso Ricadi arriva sino a Tropea, aveva reso dichiarazioni anche il collaboratore di giustizia Andrea Mantella il quale aveva spiegato che mentre si trovava in carcere gli era giunta la richiesta di un favore da parte del boss Luigi Mancuso attraverso Pasquale Giampà di Lamezia, quest’ultimo cognato dello stesso Mantella e poi ucciso nella guerra di mafia fra i clan del Lametino. “Luigi Mancuso – aveva dichiarato Mantella – mi disse di elevare al grado di camorrista Giovanni Rizzo, figlio di Romana Mancuso, sorella dello stesso Luigi. Fu Luigi Mancuso che mi disse di mettere nella “copiata” di affiliazione di Giovanni Rizzo il nominativo, quale capo-società, di Agostino Papaianni che operava principalmente nel territorio di Ricadi”. [Continua dopo la pubblicità]

Emanuele Mancuso su Giovanni Mancuso. In primo grado Giovanni Mancuso, 78 anni, di Limbadi, è stato condannato dal Tribunale di Vibo Valentia a 9 anni di reclusione per il reato di usura, ma assolto dall’accusa di associazione mafiosa. “Giovanni Mancuso è uno zio di mio padre – dichiara Emanuele Mancuso – ed è partecipe della famiglia Mancuso intesa come famiglia di ‘ndrangheta, sebbene abbia un ruolo minore rispetto agli altri zii Antonio Mancuso e Luigi Mancuso”, fratelli dello stesso Giovanni. “Però trattandosi pur sempre di uno zio di una certa età – aggiunge Emanuele Mancuso – lui ha sempre un certo peso. Di lui ho sempre sentito in famiglia come persona che aveva un ruolo specifico con riferimento a reati di usura”. 

Giuseppe Mancuso e le accuse di Emanuele. Infine le accuse di Emanuele Mancuso riguardano anche Giuseppe Mancuso, 42 anni, figlio del defunto boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”. In primo grado Giuseppe Mancuso è stato condannato ad un anno e 6 mesi per il reato di violenza privata consistita nell’apporre una catena ed un lucchetto al cancello che dava ingresso alla proprietà della famiglia di Zoccali Pantaleone, impedendo agli stessi l’accesso. Fatto commesso a Limbadi il 20 aprile 2010. Assolto, invece, dall’accusa principale di associazione mafiosa perché “il fatto non sussiste” e dall’accusa di detenzione illegale di armi per “non aver commesso il fatto”. Il pm aveva chiesto 19 anni di carcere. “Sono a conoscenza per via diretta – spiega Emanuele Mancuso – di una lite che è avvenuta tra Mancuso Giuseppe ed i Piscopisani o Mantella, che all’epoca comandava su Vibo Valentia. A seguito di questa lite, Giuseppe Mancuso fu massacrato di botte e buttato fuori dalla macchina come fosse un sacco dell’immondizia. La Polizia di Stato, per ragioni di omonimia, venne a casa mia, quando ancora non si sapeva il figlio di quale Pantaleone fosse stato pestato: mi hanno fatto sollevare la maglia e mi hanno fatto abbassare i pantaloni per vedere se avevo delle lesioni. Sono venuti alla villa di casa mia, ma dopo aver constatato che non avevo lividi se ne sono andati e per esclusione hanno capito che la vittima del pestaggio era figlio di Vetrinetta e non di Pantaleone l’Ingegnere. Il pestaggio – continua Emanuele Mancuso – era avvenuto perché Giuseppe Mancuso voleva prendere una macchina senza pagarla in contanti, da un certo Russo che ha la rivendita sotto il Charlie, una via di Vibo Valentia dove si fermano gli autobus per prelevare gli studenti sotto piazza San Leoluca. Siccome era noto che Giuseppe, credendosi chissà chi, prendeva le cose e non le pagava, come aveva già fatto ai danni di Daniele Pirozzi a cui – dichiara Emanuele Mancuso – aveva preso una macchina di quattro-cinquemila euro senza pagarla, Russo non intese dargli la macchina. Per quanto ho appreso dai miei parenti ed all’interno di casa mia, per tutta risposta Mancuso Giuseppe utilizzò delle parole poco rispettose verso Russo, percui intervennero soggetti della locale consorteria criminale vicini a Russo – i Piscopisani e Mantella – e lo massacrarono”. Un pestaggio che, secondo Emanuele Mancuso, non rimase senza risposta: “Successivamente per le vie di Vibo – conclude Emanuele Mancuso – c’è stata una replica, con una sparatoria dovuta a quanto era successo ed attuata dallo stesso Giuseppe Mancuso. Non so dire chi sia stato attinto dalla sparatoria, ma l’ho saputo a casa mia, tanto che in quel periodo mio padre mi disse non salire più a Vibo per evitare conseguenze”. Emanuele Mancuso spiega infine che a suo avviso “anche Giuseppe Mancuso è un mafioso, perché è impossibile non essere mafiosi all’interno della mia famiglia. Essere mafiosi significa non solo commettere dei reati ma è anche una questione di mentalità. So che Giuseppe si occupava della movimentazione della terra nelle proprietà terriere che erano del padre Pantaleone Mancuso, detto Vetrinetta”.

 

 

In foto nel riquadro Emanuele Mancuso. Nel testo dall’alto in basso: Agostino Papaianni, Cosmo Michele Mancuso, Giovanni Mancuso, Giuseppe Mancuso, Andrea Mantella     

 

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Fonte: https://www.ilvibonese.it/cronaca/15345-ndrangheta-emanuele-mancuso-vibo-nicotera-ricadi