Omicidio Scopelliti, giovedì l’esame del fucile ritrovato grazie al pentito

Omicidio Scopelliti: Falcone capì subito cos’era accaduto
marzo 18, 2019
La Sanità nel mirino dell’Antimafia
marzo 19, 2019
I tecnici analizzeranno non solo il fucile calibro 12, ma anche 50 cartucce Fiocchi, un borsone blu e due buste

Piero Gaeta – REGGIO CALABRIA

I diciassette indagati – dieci boss reggini di primo piano e sette siciliani – per l’omicidio del sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Antonino Scopelliti, eccezion fatta per la storica primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, hanno ricevuto un avviso di garanzia finalizzato all’affidamento di una perizia tecnica sul fucile che è stato ritrovato nell’estate scorsa nelle campagne catanesi e che sarebbe, secondo il pentito etneo Maurizio Avola che l’ha fatto ritrovare agli inquirenti, una delle armi usate dal commando per l’omicidio dell’alto magistrato avvenuto a Piale, lungo i tornanti che da Villa San Giovanni salgono a Campo Calabro il 9 agosto 1991.

L’affidamento dell’arma ai periti è stato formalizzato per giovedì e i tecnici potranno iniziare ad analizzare non solo il fucile calibro 12, ma anche cinquanta cartucce Fiocchi, un borsone blu e due buste, una blu con la scritta “Mukuku casual wear» ed una grigia con scritto «Boutique Loris via R. Imbriani 137 – Catania» alla ricerca di tracce genetiche, balistiche e impronte che potrebbero trovarsi sui reperti e che potrebbero risultare decisive per le indagini che sta coordinando il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo.

Poiché si tratta di effettuare accertamenti irripetibili, è necessaria la presenza di tecnici nominati dagli indagati per garantire il diritto della difesa. Da qui la necessità di dare comunicazione agli indagati per permettere loro di nominare propri consulenti.

Non è stata sorpresa da questa svolta delle indagini Rosanna, la figlia del giudice Scopelliti che ogni anno il 9 agosto ricorda nel luogo dell’agguato quell’efferato omicidio per continuare a tenere viva la memoria di suo padre.

«Questa nuova indagine è una conferma di sospetti che avevamo sempre avuto. Ed è sul sangue di Antonino Scopelliti che, purtroppo, si è anche siglata una pace mafiosa nel territorio della provincia di Reggio Calabria». Così ha commentato Rosanna Scopelliti ai microfoni del Giornale Radio Rai Radio.

«Quando si è venuto a sapere che avrebbe dovuto sostenere lui la pubblica accusa nel maxi-processo contro i vertici di Cosa Nostra – ha aggiunto Rosanna Scopelliti – il problema per i mafiosi è stato che si trovavano davanti non solo un magistrato incorruttibile e dedito al suo lavoro, ma soprattutto un tecnico che, qualunque cosa poi avrebbe scritto, sarebbe stata sicuramente inoppugnabile».

Anche sul tentativo di corruzione di cinque miliardi di lire, Rosanna ha confermato: «Si parla di questa cifra immensa che papà ha scelto di rifiutare, con la consapevolezza che stava firmando la sua condanna a morte. Ricordo che aspettavo una telefonata di papà. Gli volevo raccontare che, finalmente, ero riuscita ad andare in bici senza rotelle ed è arrivata invece la notizia della sua uccisione. Da quel momento la mia vita e quella di mia madre si sono praticamente fermate».

Il pentito Avola e i 17 indagati

Il collaboratore di giustizia Maurizio Avola, sicario della cosca Santapaola, ha aperto un nuovo scenario nel delitto del giudice Scopelliti parlando con i magistrati della Dda di Reggio.

In questa nuova indagine, a 28 anni di distanza dall’omicidio del giudice avvenuto il 9 agosto 1991, la Dda di Reggio ha iscritto nel registro degli indagati 17 boss. Sette sono siciliani: il trapanese Messina Denaro, i catanesi Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola. Poi, dieci reggini: Giuseppe Piromalli, Giovanni e Pasquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti.

Fonte: Gazzetta del Sud