La multinazionale del narcotraffico era nelle mani della cosca Mancuso

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I “grossisti” si accaparravano lo stupefacente a 8mila dollari al kg e lo rivendevano a 46mila

Giuseppe Mercurio

Catanzaro – Era una vera e propria holding criminale focalizzata principalmente al traffico e allo spaccio di cocaina ma non disdegnava, soprattutto quando non si potevano concludere gli affari con la Colombia, di acquistare ingenti dosi di hascisc ed eroina. Ovviamente stando sempre attenti ad eludere i controlli della Guardia di Finanza al punto che per gli indagati era diventata una vera e propria ossessione. Ed è per questo motivo che è stata chiamata “Ossessione” l’operazione portata a termine dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Catanzaro e dello Scico della Guardia di Finanza, con la collaborazione di diversi reparti sul territorio nazionale, che hanno eseguito tra Calabria, Lombardia e Puglia il fermo di 25 persone indagate, a vario titolo, per reati in materia di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, aggravata dalla modalità mafiosa e dalla detenzione di armi.

Le indagini, coordinate dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, e dal sostituto Annamaria Frustaci, hanno consentito di disarticolare un’organizzazione estremamente complessa, dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tra le cui fila compaiono esponenti di spicco della famiglia di ‘ndrangheta Mancuso egemone sulla criminalità organizzata vibonese che, dall’area geografica insistente tra i comuni di Limbadi e Nicotera, hanno, man mano, esteso forti interessi delinquenziali nell’hinterland milanese. Nella rete degli inquirenti sono, di fatti, caduti i fratelli Salvatore Antonino, Giuseppe e Fabio Costantino, pienamente inseriti nella cosca e già in carcere per altra causa, così come Giuseppe Campisi, secondo gli inquirenti personaggio dall’elevatissimo spessore criminale, rappresentante della famiglia ‘ndranghetistica di Limbadi in Lombardia, condannato per associazione mafiosa e ritornato sulla scena del crimine dopo aver finito di espiare una lunga condanna pari a 30 anni di reclusione per un omicidio mafioso.

L’inchiesta, che ha coinvolto trentasei indagati, ha dimostrato come i vertici del sodalizio fossero in grado di disporre di diretti canali di approvvigionamento di cocaina dalla Colombia, dal Venezuela e dalla Repubblica Domenicana, oltreché dall’Olanda. Le indagini svolte dalla Guardia di Finanza hanno consentito di accertare anche che, seguendo un’ottica prettamente imprenditoriale, l’organizzazione, in attesa dell’arrivo delle partite di cocaina dal Sud America, con lo scopo di massimizzare il profitto, avrebbe intessuto rapporti d’affari con un personaggio marocchino residente a Milano, in diretto contatto con i principali cartelli maghrebini, per l’importazione di massicce quantità di hascisc. Le indagini hanno fatto registrare come i vibonesi siano stati in affari anche con esponenti legati al clan dei Mazzaferro di Gioiosa Ionica, da anni trapiantati nel milanese e nel comasco, in grado di smistare importanti quantità di narcotico in Lombardia. Proprio a Tonino Mazzaferro i finanzieri hanno sequestrato nel marzo 2018 un chilogrammo di cocaina pura al 98%.

Un ruolo fondamentale era affidato, poi, alle donne: da “teste di ponte” per le comunicazioni tra gli accoliti, a co-finanziatrici, come nel caso della cittadina albanese Elisabeta Kotja, a intermediarie di alto rango con gli esponenti dei Cartelli sudamericani. Spiccano, in particolare, le due venezuelane Clara Ines Garcia Rebolledo e Gina Forgione, estremamente note nel panorama del narcotraffico internazionale, in grado di mettere in contatto i calabresi con i narcos sudamericani. Tra questi Julio Andres Murillo Figueroa , noto narcotrafficante colombiano, che ha avuto contatti persino con il famigerato Pablo Emilio Escobar Gaviria, sanguinario capo storico del “cartello di Medellín” tra gli anni ’80 e ’90, ospitato dai calabresi a Milano per pianificare l’arrivo della cocaina dai paesi dell’America Latina.

Solo una certosina attività di indagine ha consentito di svelare l’assetto organizzativo del sodalizio che, sfruttando le abilità di Michele VIscotti, esperto broker di origine pugliese, più volte recatosi in Sudamerica per contrattare prezzo e quantità del narcotico da inviare verso l’Europa, curava i rapporti con i produttori. Il sodalizio criminale, non solo poteva contare sulle descritte entrature nel florido mercato sud americano, ma era capace di tessere continui collegamenti con le principali piazze di approvvigionamento olandesi. La vasta esperienza del foggiano, infatti, gli consentiva di sfruttare conoscenze anche nei Paesi Bassi, ove godeva di saldi rapporti con fornitori di droga di primissimo piano. Mentre Viscotti, dall’estero, contrattava su più fronti, in Italia, i Costantino si preoccupavano di quello che nel gergo dei narcos viene chiamato “scarico”, ovverosia la possibilità di far uscire la droga dal sedimento portuale o aeroportuale d’arrivo grazie ad “agganci” utili allo scopo. Per questo delicato compito, il sodalizio contava su un personaggio originario della provincia di Reggio Calabria, Francesco Ceravolo, in grado di far uscire il narcotico dall’aeroporto di Malpensa, evitando i controlli di rito.

Trattavano un “affaire” da cinque milioni di euro

componenti dell’associazione a delinquere stavano trattando con l’organizzazione marocchina l’acquisto di una quantità pari a 3.000 chilogrammi di hascisc che, secondo i calcoli degli stessi affiliati, avrebbe portato nelle tasche dell’associazione un introito che si aggirava tra i 4 ed i 5 milioni di euro, da reinvestire nell’ancora più redditizio traffico di cocaina. Lo hanno svelato gli inquirenti durante la conferenza stampa di presentazione dell’operazione “Ossessione” alla quale hanno preso parte il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, il comandante regionale della Guardia di Finanza, generale di divisione Fabio Contini. quello dello Scico, generale di brigata Alessandro Barbera, e il comandante del Nucleo di polizia economico-finanziaria, colonnello Carmine Virno.

Il procuratore Gratteri ha sottolineato il «grande progetto della procura distrettuale di Catanzaro che si sta portando avanti. Abbiamo riorganizzato e rifondato la Procura ma anche per avere in Calabria tra i migliori investigatori in Italia. La Guardia di Finanza sta triplicando i risultati sia in temine di qualità che di quantità. Bisogna avere collegamenti e rapporti con gli altri Stati e non è una cosa semplice. Non ci si limita alla rogatoria internazionale. Il problema è essere credibili sul piano internazionale. Dall’altra parte bisogna avere i referenti che ti ascoltano. La sintesi è il risultato di questa operazione. Siamo riusciti a intervenire su un’organizzazione in fase di crescita mentre di solito si interviene quando la struttura è logora. Questa volta abbiamo avuto la possibilità di arrivare prima dell’irreparabile. Siamo riusciti nell’obiettivo principale di bloccare l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Abbiamo pensato bene di bloccarli nonostante tre siano irreperibili perché un indagato stava per espatriare e l’abbiamo bloccato all’aeroporto. Per questo motivo abbiamo dovuto anticipare l’operazione e in questo c’è stata grande duttilità da parte dei militari anche perché fermando una sola persona rischiavamo di farli scappare tutti. Se la struttura investigativa non è oleata e non c’è l’afflato tra polizia giudiziaria e Procura queste operazioni non si riescono a fare».

Il comandante Contini ha evidenziato gli «accertamenti tecnici altamente evoluti effettuati grazie al Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) che ci hanno permesso di smantellare un’organizzazione pericolosa organizzata in forma imprenditoriale».

Il comandante Barbera ha sottolineato il «ruolo importante delle donne. Fino a qualche tempo fa non avveniva. Ora assistiamo a questa nuova tendenza. L’indagine ha disvelato l’esistenza di tre donne, colpite da fermo, che acquistano una veste fondamentale nell’organizzazione, soprattutto quando i compagni sono rinchiusi in carcere».

Infine, il comandante Virno, dopo aver definito «fondamentali le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, Antonio Femia ed Emanuele Mancuso, figlio del noto Pantaleone, che hanno avvalorato l’impianto investigativo», ha fornito dei dati sui guadagni: «Pagavano l’hascisc 8.000 dollari al chilo e ne ricavavano 46.000 euro al chilo grazie a un cittadino marocchino che si era adoperato per far arrivare la droga dalla Spagna».

gi.me.

Fonte: http://edicoladigitale.gazzettadelsud.it/gazzettasud/books/catanzaro/2019/20190129catanzaro/#/19/