Il piano segreto: la cocaina nelle bare

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Ricostruiti dagli inquirenti i contatti tra i vibonesi e un imprenditore della provincia di Reggio La società con stabili rapporti commerciali nell’Est Europeo avrebbe potuto garantire affidabilità

Catanzaro

Casse funebri cariche di cocaina, così sarebbe dovuto arrivare in Italia lo stupefacente dal Sudamerica. Secondo la ricostruzione effettuata dagli investigatori i vertici dell’associazione, rappresentati dai tre fratelli di Comerconi, Fabio, Giuseppe e Salvatore Antonino Costantino, per le importazioni di stupefacente da destinare al mercato vibonese e a quello nazionale provavano in prima battuta ad avvicinare un imprenditore della provincia reggina, ritenuto lo “strumento” attraverso cui poter introdurre la droga in Italia. Gli inquirenti hanno ricostruito i contatti tra i tre fratelli e l’imprenditore che, attraverso la sua società che ha ad oggetto la fabbricazione di casse funebri, aveva con l’Est Europeo stabili rapporti di natura commerciale. Per gli inquirenti non ci sono dubbi l’imprenditore «era un soggetto che poteva certamente garantire ai Costantino la necessaria affidabilità, nel caso in cui questi ultimi fossero riusciti a definire la trattativa in corso. Del resto – si sottolinea nel fermo – è singolare che dei soggetti assolutamente privi di occupazione e di altre fonti di guadagno o sostentamento, e comunque senza interessi specifici nel settore, intrattenessero – a ridosso dei contatti con i referenti sudamericani – dei rapporti con un imprenditore dedito alla commercializzazione di casse funebri». Abbandonate le bare il gruppo decide di puntare sullo scalo di Malpensa a Milano per far entrare il carico. A organizzare tutto Giuseppe Campisi fratello di Domenico, noto broker del narcotraffico, assassinato a Nicotera nel 2011. Dall’altra parte dell’oceano ci sono Gina Alessandra Forgione, Clara Ines Rebolledo e Julio Andres Murillo Figueroa con il ruolo di organizzatori del narcotraffico e di storici fornitori del gruppo criminale. Di far passare lo stupefacente dallo scalo è compito di Francesco Ceravolo e Giovanni Stumpo. Il gruppo dei calabresi si avvale poi di alcuni mediatori come il pugliese Michele Viscotti trait d’union tra i finanziatori Calabresi con i Cartelli Sudamericani e con i referenti Olandesi. In Marocco per l’importazione dell’hascisc i contatti sono con Abderrahùn Safine e Vito Jordan Bosco. In questo caso l’intermediario è Gianfranco Carugo. Il gruppo può contare anche su un esperto informatico Santo Tucci che cura sia la configurazione di apparati telefonici di ultima generazione sia le frequenti opere di bonifica

 di ambienti e/o autovetture. Lungo infine l’elenco di finanziatori e acquirenti del giro.

ga.ma

In dieci anni oltre 50 miliardi

Un volume d’affari da capogiro: oltre 50 miliardi di euro nell’ultimo decennio. In poche parole la ’ndrangheta cavalca alla grande la tigre narcotraffico e in questa galoppata un ruolo di primo piano lo rivestono i vibonesi, che hanno potuto contare su broker capaci di trattare alla pari con i Cartelli.

Dal 28 gennaio 2004 (operazione Decollo) a oggi sono state diverse le rotte tracciate dalla Dda nel mare magnum del traffico mondiale di droga e tutte, per un verso o per un altro, hanno portato nel Vibonese, territorio in cui sono stati sequestrati ma anche sdoganati dalla ’ndrangheta e piazzati in tutta Italia e in Europa ingenti carichi di cocaina, hascisc e marijuana. Territorio in cui le coordinate della rotta del narcotraffico hanno sempre avuto un approdo: Limbadi.

In passato a eliminare gli intermediari e a trattare a tu per tu con i colombiani soprattutto erano stati in particolar modo Vincenzo Barbieri, broker di San Calogero e Domenico Campisi di Nicotera, fratello di Giuseppe coinvolto nel blitz “Ossessione”. Entrambi morti ammazzati tra marzo e giugno del 2011. Due delitti legati dal filo rosso della vendetta. Perché l’omicidio Campisi, il quale al pari di Barbieri operava «ad altissimi livelli del narcotraffico» sarebbe stata la risposta all’agguato teso a Barbieri.

Colombia, Venezuela, Perù, Cile, Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay e Bolivia, in pratica con quasi tutti i produttori e trafficanti del Sudamerica la ’ndrangheta fa affari. E i suoi uomini «posso accedere anche nei luoghi più pericolosi di questi Paesi, come quelli tra Colombia e Venezuela e controllati dai guerriglieri delle Farc e dai paramilitari dell’Auc (Autodefensas Unidas de Colombia) dove neanche le forze armate regolari osano avvicinarsi».

Il porto di Genova crocevia dello spaccio grazie a «finanzieri compiacenti»

Catanzaro – C’è un porto che i calabresi arrestati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro considerano sicuro. Tra le banchine di Genova gli uomini dell’organizzazione erano convinti che i loro traffici sarebbero passati inosservati coperti da finanzieri infedeli. La vicenda emerge quando il gruppo capeggiato dal clan Mancuso, in attesa di ricevere la polvere bianca dalla Colombia, si era buttato nel business dell’hascisc dal Marocco. Un carico enorme oltre 3mila chili che i fratelli Costantino stavano per immettere nelle piazze italiane grazie a un 70enne di Cerro Maggiore (Milano). Gianfranco Carugo, alias “baffo”, un intermediario che li avrebbe dovuti aiutare a far passare l’hascisc dal porto di Genova grazie alla compiacenza di alcuni finanzieri. Carugo, secondo gli investigatori dello Scico che ieri lo hanno fermato, è ritenuto «soggetto inserito in un collaudato sistema di corruzione» e sarebbe stato «in contatto con dei militari della Guardia di finanza non identificati e preposti al servizio presso il porto di Genova». Carugo e gli altri avrebbero promesso ai «predetti finanzieri (che ne accettavano la promessa) di consegnare del denaro o altra utilità per il compimento di un atto contrario ai doveri del proprio ufficio e garantire così il recupero dello stupefacente una volta giunto sul territorio nazionale, rimanendo solo da indicare i giorni utili per l’arrivo della nave, in modo tale da farli coincidere con i turni di servizio dei predetti militari». In un dialogo intercettato due indagati ne parlano tra loro: «…eh ma loro, la finanza.. quelli ti devono dire qual è la cosa migliore… devi chiedere a loro qual è più consigliabile mandare un camion da qua o far arrivare un camion da là?». E ancora: «…mi ha detto anche un’altra cosa… dopo ti devo spiegare come vanno messi… ah e ti deve dare i giorni… i giorni quando deve arrivare te li danno loro che sono di servizio». Prima di portare le migliaia di chili di “fumo” il gruppo decise di fare una prova con un carico più piccolo di 430 kg utile anche a finanziare l’operazione successiva. Il carico più piccolo, però, viene sequestrato dalla Guardia di finanza in un deposito a Milano. In quell’occasione un altro vibonese che è tra i fermati, Gennaro Papaianni (cognato di Antonino Costantino), viene arrestato «in flagranza». Il 23 febbraio arriva poi per Fabio Costantino una condanna che lo porta in carcere. E nelle stesse ore Antonino Costantino, che in quel periodo è in prova al servizio sociale come misura alternativa al carcere, fa perdere le proprie tracce. Alla fine il gruppo decide di abbandonare il piano, gli inquirenti non potranno così individuare le mele marce che avrebbero consentito di far scaricare lo stupefacente in cambio di soldi.

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