“Pacchero alla ‘ndrangheta”, premiati Bombardieri e Bertolone

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Riconoscimento al procuratore di Reggio, all’arcivescovo di Catanzaro-Squillace e alla famiglia del piccolo Dodò Gabriele.

PAOLA «Dodò è vivo grazie a cerimonie come questa. Grazie agli incontri nelle scuole e grazie a tutte le persone che non ci fanno mancare mai supporto e vicinanza. Ho preso mio figlio, era un giorno come un altro, l’ho portato a giocare in un campetto da calcio e non immaginavo minimamente che potesse morire. Così come non ho provato niente quando la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di ergastolo per il suo assassino». Il racconto di Giovanni Gabriele commuove piazza del Popolo di Paola. La cerimonia di consegna del riconoscimento “Pacchero alla ‘ndrangheta” istituito 9 anni fa dall’onorevole Salvatore Magarò raggiunge a pieno il suo obiettivo: riflettere in modo approfondito sulle dinamiche criminali calabresi, soprattutto dal punto di vista delle persone che con impegno civile e senso dello Stato affrontano o hanno affrontato la ‘ndrangheta nel loro lavoro quotidiano. A ricevere il riconoscimento oltre ai genitori del piccolo Dodò Gabriele anche il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, l’arcivescovo della diocesi di Catanzaro-Squillace e presidente della conferenza episcopale Calabra Vincenzo Bertolone e il giornalista e presidente della Lucania Film Commission Paride Leporace.

I RICONOSCIMENTI Ognuno dei cinque coinvolti dall’associazione “Più di cento” presieduta da Salvatore Magarò, ha una storia diversa da raccontare. Un impegno nella società diverso da consegnare pubblicamente alle persone che assistono alla manifestazione. È così per il vescovo Vincenzo Bertolone che ringrazia la famiglia Gabriele per non essersi chiusa nel dolore che provoca una morte innocente. «Noi cattolici abbiamo un duplice impegno: civile e religioso. Il primo si persegue con la legalità e la coerenza della propria vita. A livello religioso dobbiamo annunciare la parola di Dio che ci invita all’onestà e a coltivare il bene sociale. Dobbiamo pronti essere pronti a dare la vita proprio come fatto da Pino Puglisi». E il riferimento al prete siciliano non è un caso. monsignor Bertolone è stato postulatore della causa di santificazione di Don Pino Puglisi. «L’azione della chiesa calabrese nei confronti della ’ndrangheta dura da oltre 100 anni. Negli ultimi 3-4 anni che sono delle norme concrete si è iniziato un lavoro per le confraternite e altre realtà aggregative di formazione molto importante. I frutti verranno, ne sono certo. Vangelo, ’ndrangheta e malaffare sono in antitesi totale, chi fa parte delle confraternite, dai comitati festa devono abbandonare tutto ciò che non ha a che fare con la vita delle associazioni criminali». Parole quelle del presule, che trovano riscontro nelle parole del procuratore Bombardieri: «Queste manifestazioni sono importanti, ma dobbiamo fare in modo di non parlarci addosso. La lotta alla criminalità deve essere un impegno di lotta continuo. L’ufficio giudiziario di Reggio Calabria è stato per anni in prima linea alla lotta contro la criminalità organizzata, io sto cercando di dare una impronta al mio ufficio di procura che non sia solo contro la criminalità ma contro ogni forma di illegalità: dalla corruzione a chi inquina o approfitta della gente». Alla platea il procuratore ha spiegato anche come siano cambiati i profili della ’ndrangheta. «Si tratta di una criminalità diffusa, non è più arcaica ma di relazioni e di interessi che investe e non conserva più i soldi. Ha capito che possono fruttare».
Di ’ndrangheta però si parla anche sugli schermi, tv e del cinema. E Paride Leporace dei fenomeni cinematografici è un esperto. «Anime Nere – spiega – è stato un passo decisivo nel racconto e nella narrazione di usi e abitudini a certe latitudini. Scritto da un calabrese Criaco, oggi scrittore di fama internazionale, il film ha un grande spessore artistico perché nessuna maestranza è stata calata dall’alto. L’immaginario collettivo, superata mafia e camorra, non può che concentrarsi sulla nostra criminalità. È difficile da maneggiare come argomento, l’audiovisivo può creare emulazione e un cliché troppo pericoloso, ma non possiamo certamente fermare il racconto».

mi.pr.

Fonte: Corrieredellacalabria